WorldGames

La distanza tra quello che facciamo e le conseguenze delle nostre azioni è sempre più ampia. Oggi è necessario tornare a essere consumatori consapevoli che hanno quindi piena consapevolezza del proprio impatto sul mondo, perché dietro l’inconsapevolezza delle conseguenze del nostro stile di vita c’è in gioco il futuro del mondo intero inteso non più solo come popolazione che lo abita ma anche come ecosistema.

In WarGames, film culto del 1983 diretto da John Badham, David J. Lightman è un adolescente americano, figlio dell’America post shock petrolifero, che alla scuola preferisce i video games e che cerca di far colpo sulle ragazze grazie alle sue abilità da proto-hacker. Un giorno, mentre cerca di introdursi nel computer della casa di videogiochi Protovision, si connette a un supercomputer, chiamato WOPR (War Operation Plan Response), progettato per valutare azioni e contromosse in caso di un eventuale attacco missilistico russo all’America. Pensando si tratti soltanto di un gioco, David, inizia una partita a Guerra Termonucleare Globale contro WOPR il quale, non essendo in grado di distinguere la realtà “virtuale” da quella “reale”, risponde alle mosse di David segnalando un attacco nucleare imminente e preparandosi per una terza guerra mondiale. A pochi istanti dal lancio dei missili tuttavia, David riesce a salvare la situazione, ordinando al sistema di giocare a Tris contro se stesso e, come la gran parte dei film di fantascienza anni Ottanta, anche WarGames si chiude con un lieto fine lasciando spazio a una morale ben riassunta dal suo claim: L’unico modo per vincere una guerra nucleare è… non farla!

A trent’anni di distanza, il film nasconde una grande verità che oggi ci riguarda tutti. La distanza tra quello che facciamo e le conseguenze delle nostre azioni è sempre più ampia. Come dei moderni David J. Lightman, ogni giorno ci sediamo davanti al computer senza renderci conto di cosa sta dietro a tutto ciò che facciamo e possediamo. Di quale sia l’impatto delle nostre abitudini sul mondo. Pensiamo alla produzione in serie del cibo che ha ormai assunto dinamiche da prodotto di massa. Si è passati da una logica in cui l’uomo era produttore diretto del cibo che consumava e quindi aveva piena consapevolezza della sua origine, fino a un estremo in cui l’uomo è divenuto consumatore inconsapevole di dove e come il cibo che consuma viene prodotto, aumentando esponenzialmente la distanza tra oggetto consumato (cibo) e soggetto consumatore (uomo). Non ci rendiamo più conto della profondità di quello che ci circonda.

All’interno della quinta fase del mio libro «Fai Fiorire il Cielo» parlo di come sia importante oggi tornare a essere consumatori consapevoli che hanno quindi piena consapevolezza del proprio impatto sul mondo. Dove vengono prodotte le cose che mangiamo, consumiamo e acquistiamo ogni giorno? E dove vanno a finire una volta che ce ne siamo sbarazzati? Il concetto stesso di produzione in questo è manchevole perché manca di prendere in considerazione la parte finale del ciclo di vita di un prodotto. Nel film e-wasteland il regista David Fedele ha documentato il lavoro delle migliaia di persone, uomini, donne e bambini che ogni giorno vivono e lavorano ad Agbogbloshie, un suburbio della città africana di Accra, capitale del Ghana, che è diventata una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici e tecnologici, spesso importati illegalmente.

Oggi il paradigma di David J. Lightman è andato ben oltre la Guerra Fredda e la pace del mondo. Dietro l’inconsapevolezza delle conseguenze del nostro stile di vita c’è in gioco il futuro del mondo intero inteso non più solo come popolazione che lo abita ma anche come ecosistema.

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