La Sharing Economy ai tempi di Piketty

La Sharing Economy trasforma ogni proprietà in un potenziale profitto e ogni persona in un potenziale imprenditore, portando il principio di accumulazione infinita di Marx verso una nuova frontiera in cui l’accumulazione non riguarda più unicamente l’oggetto (ad esempio una casa) ma anche il suo valore capitale (l’affitto della casa e quindi il rendimento che da esso può derivare).

La copertina del TIME di questa settimana è dedicata al fenomeno della Sharing Economy. All’interno del magazine, il giornalista Joel Stein ne analizza i principali player e i fattori chiave del successo di questa nuova forma di economia che sta rivoluzionando i mercati a livello globale. Per arrivare alla Sharing Economy siamo dovuti passare da eBay, PayPal e Amazon, che hanno reso il business on line più sicuro. C’è stato bisogno di Apple e Google che hanno portato il GPS e internet sui telefonini. E di Facebook che ha reso le persone più propense a conoscersi. E poi c’è stata la recessione che ci ha fatto domandare di cosa avessimo realmente bisogno e come trarre valore da ciò che possediamo. Partiamo proprio da questo ultimo concetto per analizzare in breve la Sharing Economy da un punto di vista prettamente capitalistico.

All’interno del saggio «Il Capitale del XXI secolo», l’economista francese Thomas Piketty ha ripercorso l’andamento delle disuguaglianze, sia nei redditi sia nei patrimoni, a partire dalla fine del 1700 ad oggi, per dimostrare come il capitalismo sia sempre stato accompagnato da enormi disuguaglianze. Tanto ai tempi della Rivoluzione Francese quanto ai nostri, con un picco di crescita (tutt’ora in ascesa) a partire dagli anni Ottanta. Partendo dai dati raccolti, Piketty arriva a due conclusioni:

A) La storia della distribuzione delle ricchezze è sempre una storia profondamente politica che non si esaurisce nell’individuazione dei meccanismi puramente economici.

B) La dinamica della distribuzione delle ricchezze si muove su fenomeni di grande portata, motori sia di convergenza sia di divergenza in assenza di qualsiasi strumento naturale o spontaneo che controlli il prevalere di tendenze destabilizzanti che innescano la disuguaglianza.

In merito alla seconda conclusione, Piketty, individua principalmente un fattore politico di convergenza (che quindi diminuisce le disuguaglianze) legato ai processi di diffusione delle conoscenze e d’investimento sulle competenze e nella formazione e due fattori di divergenza 1) L’aumento esponenziale dei compensi dei top manager rispetto ai dipendenti. Compensi spesso slegati dalla propria attività produttiva. 2) Gli squilibri legati al processo di accumulazione e concentrazione dei patrimoni in un contesto economico caratterizzato da crescita debole e da un elevato rendimento del capitale. Da cui la formula alla base di tutto il lavoro di Piketty r>g.

Riprendendo il principio di accumulazione infinita di Marx per cui il capitale industriale (come oggi quello finanziario) può essere, a differenza di quello terriero, accumulato all’infinito, l’economista francese arriva alla conclusione che quando il tasso di crescita della popolazione e della produttività è relativamente debole, i patrimoni accumulati nel passato assumono per loro natura un valore considerevole, potenzialmente smisurato e destabilizzante per le società interessate. Detto in altre parole, quando il tasso di crescita (g) ristagna, sale quella derivante dal rendimento (r) del capitale guadagnato o, il più delle volte, ereditato. Con il risultato che i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e spostando la società verso una società di stampo patrimoniale / ereditiero.

All’interno di questo contesto, una delle forme di sviluppo economico più in linea con quello descritto da Piketty sembra essere il fenomeno della Sharing Economy intesa come un sistema socio-economico costruito attorno alla condivisione di risorse. Questa condivisione può basarsi su un baratto oppure, come spesso avviene, su un compenso in danaro. I casi più celebri sono ovviamente Airbnb, Blablacar, Uber, Lyft e tutte quelle piattaforme dove è possibile condividere bene o male qualsiasi assett sia tangibile (casa, bicicletta, auto etc etc) sia intangibile (tempo, competenze, conoscenze etc etc). Vista così, la Sharing Economy è l’ultima frontiera del capitalismo perché trasforma di fatto ogni proprietà in un potenziale profitto e ogni persona in un potenziale imprenditore.

In quest’ottica il principio di accumulazione infinita di Marx aumenta ulteriormente perché l’accumulazione non riguarda più unicamente l’oggetto (ad esempio una casa) ma anche il suo valore capitale (l’affitto della casa e quindi il rendimento che da esso può derivare), e dunque nella categoria dei fattori di divergenza elencati da Piketty vanno inclusi anche tutti quegli assett che ora, grazie alle piattaforme di Sharing Economy, possono generare nuove forme di introiti.

Per evitare fraintendimenti, non voglio puntare il dito contro la Sharing Economy, che considero una delle forme di evoluzione del pensiero imprenditoriale più interessante (oltre a viaggiare con Airbnb, muovermi con il carsharing e il bikesharing e così via), penso però sia importante intenderla per quello che realmente è e cioè una nuova forma di capitalismo che mette a profitto quel che prima era “semplicemente” un oggetto a costo e non un’ideologia di stampo socialista che promuove la condivisione dei beni e la collaborazione filantropica tra le persone.

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